mercoledì 24 giugno 2015

La Stretta di Longi e la Grotta delle Colonne.






Breve escursione in un angolo selvaggio dell'entroterra siciliano. La Stretta di Longi (ME) è un canyon dalle pareti a strapiombo entro il quale si fa strada il torrente Milè.
Il livello delle acque a fine giugno renderebbe necessario l'uso degli stivali da pescatore. Si può però alternativamente percorrere parte della Stretta lungo un sentiero a mezza costa che offre suggestive vedute dall'alto, prima di interrompersi a causa di una frana.



  Si accede percorrendo la strada a scorrimento veloce che mena a Galati Mamertino. Prima dell'inizio della vera e propria salita per Galati ci si trova in contrada Paratore ove esiste un ponte con sottopassaggio: è qui che occorre fermare l'auto. Nel sottopassaggio c'è una scritta con lo spray "raduno 4 x 4", e poco più avanti un vistoso cumulo di immondizia e rifiuti edilizi, tra cui un cesso. Dato che è ragionevole pensare che la discarica rimarrà lì per molto tempo ancora, l'ho citata come punto di riferimento -

  Si deve proseguire oltre e attraversare il torrente muniti di stivali da giardino, dato che in questo punto le acque sono basse. Più avanti si incrocia una carrareccia: si svolta decisi a sinistra risalendo il corso del vallone.

  Si giunge a un edificio tecnico circondato da un muro con cancello chiuso con lucchetto. Con acque basse, da qui si potrebbe proseguire a piedi dentro il torrente.
Con acque alte, occorre invece recarsi sul retro dell'edificio menzionato, ove un sentiero punta deciso verso l'alto. Superato uno sbarramento in legno per impedire il passaggio agli animali, si procede in quota e in piano senza problemi risalendo la sinistra orografica della valle, divenuta spettacolare e suggestiva.


lungo la Stretta di Longi

stretta di Longi (ME)  - sullo sfondo a destra è visibile il sentiero di mezza costa che risale il canyon

  Il sentiero è alle volte largo due metri, in altri punti molto stretto. Occorre non lasciarsi sedurre dall'avvicinarsi troppo all'orlo che si affaccia su uno strapiombo ripidissimo. Non ci porterei bambini e ragazzini, fosse per me.

  Poco oltre un tratto attrezzato con cavo d'acciaio si apre una veduta magnifica su un punto in cui il torrente sottostante forma una cascatella e una piscina naturale. Peccato che il sentiero a questo punto si interrompa finendo letteralmente nel nulla. A meno di non chiamarsi ed essere l'Uomo Ragno, occorre tornare indietro sino a una grande cavità nella parete rocciosa, incontrata sulla destra lungo l'andata e presumibilmente usata come riparo per pecore e capre -

  Da qui si diparte una traccia molto ripida che si mantiene quasi adiacente al fianco roccioso della montagna. Continuando a salire con pendenze notevoli, si giunge a un punto in cui si trovano grandi massi franati e l'evidente 
( almeno per me, secondo altri no ) ingresso di una grotta naturale incorniciata da edera.


in alto: il torrente Milè forma una piscina naturale. foto scattata dal punto in cui il comodo e panoramico sentiero di mezza costa si interrompe improvvisamente



Impegnandosi con  prudenza e attenzione ad attraversare i pochi metri degli sfasciumi di roccia, si entra infine nella grotta, detta Delle Colonne. Di essa allego due immagini.




Stretta di Longi (ME) - l'interno della Grotta delle Colonne


  Terminata la visita della Grotta, ho ripercorso lo stesso sentiero dell'andata. Ho sentito la mancanza dei bastoni da escursionismo, che non avevo portato, ma che sarebbero stati di conforto lungo il tratto molto ripido in discesa.

  Forse tornerò nella Stretta, magari alla fine dell'estate, quando le acque basse e la dipartita di eventuali turisti mi incoraggeranno a percorrere il canyon lungo il corso d'acqua.

  Il mio consiglio è di usare prudenza, si tratta di un posto selvaggio - in certi punti sembra di essere in Australia. Occorre fare attenzione a dirupi, strapiombi e massi instabili della volta rocciosa in prossimità delle varie grotte - sperando che non decidano di rovinare al suolo proprio quando stiamo passando noi. Come già detto non è posto dove portare bambini o persone imprudenti e irresponsabili. Forse è anche bene non andare soli.


domenica 21 giugno 2015

Il Ponte dell'Amore, sì che bello !




tempo stimato di lettura: 4 minuti


E' di pochi giorni fa la notizia che l'Ungheria cattivissima e ultranazionalista di Victor Orbàn vuole erigere un lungo ponte anti-immigrati al confine sud con la ex Iugoslavia.
Naturalmente, l'annuncio ha messo in subbuglio i cuori teneri e le menti aperte di tutti i buonisti nostrani, sempre pronti a sostenere la tesi della frontiera aperta.

Persino un'alta carica istituzionale ha proclamato: "niente muri ma ponti !".



Orbene, io vorrei fare due brevi considerazioni:

1) stranamente, dell'Ungheria non se ne parla mai. MAI. A radio e televisioni sentirete di tutto dalla bocca di professoroni ed esperti di turno, ma mai nulla di questo paese. Il quale si è tirato fuori da una crisi economica epocale e viaggia a vele spiegate verso Pil da sogno e calo di disoccupazione che da noi sono pura utopìa.

2) si parla dell'Ungheria solo ed esclusivamente per sottolineare decisioni "xenofobe" e nazionaliste prese dal governo ungherese. Un governo che ha il coraggio di difendere la cultura nazionale, l'occupazione nazionale, le aziende nazionali. Tutte cose che odorano di destra e ovviamente danno fastidio a certi intellettuali italiani per i quali se dici "patria" sei automaticamente un fascista.


Io ci andrei càuto a parlare di ponti, in un'epoca come questa.

Quando mi trovavo in Svezia nel 2012 assistevo spesso a un programma televisivo nazionale chiamato MalmoPolisen. Si trattava di cronaca nera anzi nerissima relativa alla cittadina costiera svedese di Malmo, che prima era tranquilla e pacifica, poi si trasformò in territorio di guerriglia urbana con criminalità degna dei peggiori bassifondi di Napoli o di Palermo.

Cos'era successo realmente, chiesi agli svedesi attòniti ?
Semplice: da quando nel 2000 era stato costruito il lungo ponte di Oresund, che collegava Malmo alla Danimarca, si era riversato attraverso lo stesso ponte la peggior feccia migratoria proveniente dall'est ( e non solo dall'est ); le bande si erano spartite la città e poi si erano fatta la guerra tra loro, infiltrandosi nel commercio locale secondo schemi criminali e mafiosi.



Il ponte era stato la rovina di Malmo, e gli svedesi si pentirono e si pentono tutt'ora amaramente di averlo realizzato.

Trovate un articolo del 2012 qui

 - l'articolo parte bene, poi la giornalista scrive:
"Malmö è in balia di gang giovanili e gruppi razzisti che infieriscono su minoranze e immigrati".

BRAVA HAI CAPITO TUTTO !!!
TUTTI VOI CHE BLATERATE DI AMORE E TOLLERANZA: VOLETE UNA BUONA VOLTA SVEGLIARVIIII ?

...come sempre, le persone di una certa mentalità non vogliono vedere dove risiede veramente il problema. A queste persone non va giù il fatto che la società multietnica, multiculturale, multi-integrata, sia un totale fallimento.

Credetemi, pagherei perchè collocassero un bel campo nomadi vicino casa loro.

A quel punto costruirei io sempre a mie spese un bel ponte tra il loro balcone pieno di fiori e la prima roulotte disponibile, in modo da facilitare lo scambio di culture. Poi vediamo se tutti questi intellettuali buonisti sono davvero di mente così aperta e votata alla fratellanza e all'amore universale...


((Se poi nella vostra indaffarata vita avete da impiegare dieci minuti di tempo per un quadro molto più dettagliato e molto meno ipocrita dei fatti di Malmo e in generale della società che potrebbe attenderci in Italia, allora godetevi questo articolo)) :

http://bastacasta.altervista.org/p5687/









giovedì 11 giugno 2015

Etna Trekking di primavera, da Pirao a Monte Maletto.





Avevo un gran desiderio di rivedere l'Etna. Ho scelto un lungo percorso che si snoda sui versante nord e ovest del grande vulcano - due giorni di silenzio assoluto, aria trasparente, odori e colori di primavera che ho cercato di rappresentare attraverso la lente della macchina fotografica e, come sempre, con un breve racconto.




   9 giugno. Dopo aver pianificato il percorso grazie a un'ottima cartina per escursionisti pubblicata di recente, ho raggiunto Randazzo, acquistato panini e altri rifornimenti, e fermato la macchina al cancello forestale Pirao, sul versante settentrionale.


lungo la strada da Randazzo a contrada Pirao


   Il mio obiettivo è raggiungere il rifugio forestale di Monte Maletto, a metri 1700 di quota. Chi legge da tempo questo blog forse ricorderà una mia escursione di marzo 2014 nel corso della quale non raggiunsi questo rifugio a causa di neve, nebbia e soprattutto di un cartello mancante.
Il report si trova in questa pagina.

   Lasciata l'auto, mi incammino di buon passo lungo la strada in terra battuta che guadagna quota; ammiro ancora una volta le lave del 1981, poi passo attraverso boschi di abeti e ombrose faggete - il profumo dell'aria è intenso, puro. Il silenzio è rotto soltanto dallo scricchiolare della sabbia vulcanica sotto gli scarponi.


sottobosco di felci nei pressi del cratere di Monte Spagnolo



  Procedo per diverse ore sulla pista altomontana; poi imbocco finalmente la deviazione per il rifugio, adesso finalmente segnalata ( anche se si potrebbe fare di meglio ).

 Il rifugio di Monte Maletto è l'unico che sorge a distanza di oltre un chilometro dalla pista principale. Immerso in un fitto bosco odoroso di resina, trasmette una sensazione di isolamento molto forte. Qui ci si sente davvero soli nella natura: in poche parole, ciò che mi fa più felice.

 Dopo le 14 iniziano tuoni spaventosi e si scatena un acquazzone violento con tanto di grandine. Mi godo il temporale da dietro la finestra del rifugio, scaldandomi una tazza di caffè solubile.

davanti al rifugio solitario di Monte Maletto, Etna ovest
in alto: pioggia fuori - io al riparo.
Rumore d'acqua sul tetto e fornelletto acceso:
mi pare che si chiamino "momenti Nescafè".





  Alle 15 il tempo è ancora perturbato, ma c'è qualche apertura. Decido di proseguire sulla carrareccia che dal rifugio si inoltra in salita nel bosco, poi si arresta bruscamente sul fronte lavico del 1976, dal quale la mole dell'Etna appare in tutto il suo splendore.

  Aspetto che il temporale si allontani prima di collocare il treppiede, per timore che possa attirare fulmini, e trascorro l'intero pomeriggio a fotografare e fare il pieno di silenzio e di bellezza.

 una piccola isola di vegetazione 
risparmiata dalle lave del 1976







   Si avvicina l'ora dorata dei fotografi. I venti d'alta quota hanno raccolto le nuvole in prossimità della cima dell'Etna, modellandole a formare quella che viene chiamata una "piccola contessa".

  La luce si abbassa e scava ombre nei canaloni di lava. Anche gli uccelli tacciono, e il silenzio è rotto soltanto dal rumore dell'otturatore - lo si potrebbe sentire a chilometri.
La lunga sessione fotografica mi regala infine quest'immagine magnifica che ricorderò per sempre.

Nikon D7000, ob. Sigma 8-16 mm @ f/11 1/80 sec.
100 iso; exp. combinata -1.7, 0, +1.7 EV
e recupero basse luci in postproduzione


  Calato il sole, riattraverso il bosco in discesa ormai quasi immerso nel buio. Dopo cena, stendo il saccoletto sul pavimento e passo una notte tranquilla.

  Il mattino dopo, sveglia alle 5. Il cielo è pulito e l'aria fresca. Riprendo la lunga via del ritorno tra boschi, orizzonti infiniti e lave antiche e recenti sulle quali caparbiamente la natura cerca di riprendersi il suo spazio.

  L'ultima immagine è forse emblematica: una piccola quercia cresciuta sulla lava. Faccio una sosta per mangiare qualcosa, prima di rientrare a recuperare l'auto e concludere questi bellissimi due giorni di primavera che ho vissuto sul grande vulcano. La prossima escursione ? Forse a settembre, vedremo. Neanche il tempo di rientrare a casa che ho già riaperto la cartina...

Lupolibero





venerdì 5 giugno 2015

Come prima settimana può bastare.




   Settimana di ri-avvio nella campagna di Lupolibero. Colazione alle 7 del mattino con marmellata di Kumquat di nostra produzione. Poi, liberamente, iniziamo lavori di vario genere.

   Ho ripulito quattrocento metri di sentiero in forte salita infestato da erbacce e rovi che conduce alla sorgente che fornisce l'acqua per la grande vasca di irrigazione ( due ore circa di lavoro ). La stessa vasca va ripulita da terra e residui di alghe della passata stagione ( un'ora di lavoro );






Abbiamo continuato a raccogliere agrumi e immagazzinato nel locale ex-stalla varie cassette di limoni e arance.




Abbiamo preparato l'area di terreno per l'orto 2015 e acquistato piantine di pomodoro, cetriolo, lattuga, basilico e melanzane.
 



   ho / abbiamo inoltre: riparato la motosega grande grazie a degli ottimi consigli del vicino, risparmiandoci così di portarla dal riparatore; decespugliato 5000 metri quadrati circa di terreno; ridato una mano di vernice trasparente per uso nautico alla parte esterna degli infissi di legno esposti alle intemperie; riutilizzato e montato un lampadario della nostra ex casa di Turate; ricostruito un tratto di vecchio muro a secco parzialmente franato; rimosso cinque rami di nocciolo abbattuti dal vento.

   Ieri abbiamo fatto una grigliata memorabile accompagnata da insalata locale e birra gelida artigianale.

    Domani alle 7 farò la terza uscita in bici da corsa. Mi spingerò sino a Floresta, il "mio" adorato paese di montagna a 1200 metri d'altezza; starò fuori sino all'ora di pranzo godendomi l'aria fine dei boschi e l'acqua fresca di una sorgente di mia conoscenza. Forse comprerò del pane e mi farò un panino sulla piazzetta dove si trova un noce centenario.


Direi che come prima settimana può bastare.

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il blog di Lupolibero ha superato le 20mila visite:
non che ci guadagni qualcosa, ma mi fa piacere.
Desidero salutare certi misteriosi amici che mi seguono 
dalla Federazione Russa, paese che mi ha sempre attirato e 
che prima o poi vorrei visitare, magari in bicicletta.

I would say thanks to the unknown followers from Russia.
Sooner or later I 'll take a journey to your country -
 - maybe by bicycle !


lunedì 1 giugno 2015

Una vista insolita sull'Etna: Alicudi ( guest post )






tempo stimato di lettura: 7 minuti

E' con immenso piacere - e devo dire sinceramente - anche con onore - che pubblico questo resoconto di un breve soggiorno nell'isola di Alicudi scritto da due amici. Lo faccio perchè vi ho ritrovato quel gusto estetico che è stato, ed è tutt'ora, il filo conduttore della nostra più che decennale amicizia.
E anche perchè nel racconto ritrovo immagini, odori e colori descritti e sentiti con il cuore: in un universo odierno di pagine scritte e virtuali che spesso poco possiedono di genuino, questo breve diario è tanto autentico quanto profondamente interpretato nelle sensazioni che trasmette.

L'incontro con il bresciano dimissionario che si è ritirato a vivere nell'isola più remota delle Eolie; la tedesca nudista, il raccoglitore di capperi - sono tutti fotogrammi di un racconto secondo me straordinario nella sua semplicità, che ne costituisce, insieme a quel legame visivo ed emotivo con l'Etna - dall'altra parte del mare - il perno essenziale, insieme al suggerimento di una dimensione antica - senza tempo, della vita e di un'esistenza condotta forse in sordina, in disparte, ma certamente - direi finalmente - più a misura d'uomo.

Lupolibero







UNA VISTA INSOLITA SULL'ETNA: ALICUDI
scritto dagli amici di Santa Maria La Nave (Catania),
R.M. e S. 2015





  La curiosità, la voglia di ossigeno e salsedine, e l'esigenza di un breve cambio di prospettiva ci hanno spinti qui sulla remota e selvaggia Alicudi.

   Non è facile arrivare qui;  i collegamenti sono pochi e da Milazzo ci vogliono quasi tre ore di aliscafo. Ma appena si tocca terra si entra in un'altra dimensione: una piccola società plasmata dalla superba asprezza di questo antico vulcano. Infatti Alicudi altro non è che la parte emersa di un vulcano di oltre 150 milioni di anni ( l'Etna è nato, o nata, circa 600mila anni fa ). Umanizzando per un attimo i vulcani, se l'Etna fosse una ragazzina di 18 anni ( i Siciliani attribuiscono spesso all'Etna il genere femminile: "a Muntagna!" ), Alicudi sarebbe un arzillo vecchietto di 4500 anni. Respect to Alicudi !

   Quello che si vive e si vede è una frazione del vulcano, pochi chilometri quadrati ( circa 5 ), di una forma molto regolare ed elegante, per un'altezza di circa 600 metri. Il resto sta in silenzio sott'acqua, insieme ai pesci e ad altri quattro coni vulcanici mai emersi: Eolo, Enarete, Sisifo e Glauco.

   L'isola ti accoglie subito - se non cerchi discoteche, ristoranti e sorrisi da reception di hotel a 5 stelle, se cerchi autenticità, con i suoi pro e i suoi contro - l'isola te la mostra subito. Dal porticciolo in un paio di minuti a piedi arriviamo da Anna, proprietaria di una piccola bottega provvista di tutto; è lei che ha le chiavi della casa dove dormiremo. Anna è gentilissima, in pochi minuti con il marito Ettore ci raccontano dell'isola e ci dicono che sarà difficile arrivare a casa con i nostri bagagli, la salita è troppo ripida e non esistono strade sull'isola, solo scale. Anna ci prenota un mulo per portarci su il tutto e qualche bottiglia d'acqua acquistata da lei.

   Incontriamo Guglielmo al porto che ci accompagna a casa, la salita è ripidissima e anche se la casa è una delle più vicine al porto, arriviamo con il fiatone e sudati. Guglielmo, malgrado i suoi 60 anni circa, è impeccabile, fa ore di scale ogni giorno...  da quando è nato. La vista dalla nostra terrazza è incantevole, si vedono Filicudi, Salina, Lipari e Vulcano, c'è troppa foschia per vedere Stromboli, e Filicudi e Salina nascondono Panarea.  A sud invece, maestosa e ancora innevata svetta l'Etna. Da qui vediamo il versante nord-ovest del grande vulcano, proprio dove si trova la nostra vigna di Santa Maria La Nave e le nostre viti di Grecanico Dorato e Albanello.

   Guglielmo sta con noi un po', dalle sue parole comprendiamo l'isola, o almeno la sua versione. Lui è un uomo mite, mantiene la sua famiglia raccogliendo capperi selvatici sulla "Montagna", dice che lì non appartengono a nessuno, e svegliandosi alle 4 di mattina, a mezzogiorno lui riesce a tornare con un sacco sulle spalle di 60 chili di capperi di prima scelta. Salire implica una scarpinata di circa un'ora e mezza, molto faticosa. Quindi Guglielmo riesce a raccogliere circa 10 chili di capperi in un'ora: un'abilità  incredibile.

   Gugliemo ci racconta tutta la sua vita ( che poi è la vita dell'isola ): prima coltivavano la terra, orzo, capperi, la vite scampata alla filossera ( la famiglia di Guglielmo faceva circa 1000 bottiglie di vino l'anno ). Le migliori famiglie avevano piccoli palmenti e lì vinificavano. Le viti erano un misto bianca (probabilmente Malvasia), rossa ( forse Corinto Nero, Nero D'Avola o i nostri Nerelli dell'Etna:  Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese ) e un vitigno che dava grappoli spargoli con acini molto piccoli, che dalla descrizione del grappolo e della foglia noi abbiamo ricondotto a una specie di vite americana. Con i contributi regionali per l'allevamento sono poi state introdotte nell'isola pecore, mucche, capre e conigli: la rovina per l'agricoltura. Le mucche hanno mangiato la maggior parte delle viti, ma poi sono morte - era impossibile sostentarle con le poche risorse dell'isola ( malgrado la barbara pratica di incendiare le campagne per stimolare la crescita di erba selvatica che ha ancora di più distrutto i vitigni ). Le capre hanno invece sfruttato la loro forza e senso di adattamento e sono diventate selvatiche ( difficile comprendere perchè per insultare qualcuno talvolta gli si dice "sei una capra !"  - quelli sono animali molto svegli ! ). Oggi sull'isola ne esistono circa 300, totalmente inselvatichite, temono giustamente l'uomo che non riesce a mungerle, qualche cacciatore ogni tanto ne uccide un paio con il fucile per mangiare un po' di carne. L'introduzione degli animali ha quindi distrutto l'economia agricola dell'isola, che ne era il vero cuore sociale forse dalla preistoria. Già dall'aliscafo si vedono delle terrazze estreme, piccoli gradini di fertilità strappati all’asperità del vulcano. Quasi tutte le terrazze oggi versano in stato di totale abbandono:  troppo bassa la resa agricola di ogni terrazza, troppo alto il costo per coltivarla. L'agricoltura funzionava soltanto nel Pianoro ( il cono vulcanico di Alicudi ) sopra una zona chiamata Montagna era lì che già nella preistoria l'uomo si era insediato;  la sera scende una forte umidità che rende possibile coltivare senza irrigare. Ma gli animali hanno distrutto tutto. Il degrado agricolo di Alicudi e il boom economico in altri posti hanno spinto alcuni abitanti all'emigrazione ( la popolazione e' diminuita da 1000 forse 1200 persone a meno di 100 e 40 d'inverno ), altri abitanti hanno cominciato a dedicarsi alla pesca.

   Di mattina ci viene la curiosità e vogliamo vedere il Pianoro ( che e' il cono interno del vulcano, la parte più fertile ). Un signore bresciano di 62 anni ci spiega come arrivare, lui dice che ci va sempre e ci vuole un'oretta. Il bresciano è un'altra persona mite, sembra un buono, ci racconta che vive sull'isola da quindici anni, faceva il camionista ed era "stanco di stare incolonnato sulla tangenziale". Un giorno chiese al suo capo un'aspettativa di quattro mesi e quando il suo capo rifiutò di concederla, il bresciano rassegnò le dimissioni e venne ad Alicudi: "quel rifiuto fu la mia fortuna !". "Cosa fai qui ?", "Se quando mi sveglio la giornata è bella non faccio niente, mi godo l'isola, raccolgo capperi e verdura, faccio l'orto". Vive in una casa che l'amico Ettore gli presta, era vuota, e mentre parliamo Ettore gli prepara un panino.

   Prima di partire incontriamo Guglielmo, con un sacco pieno di splendidi e profumati capperi, la sua non era una bugia: ci saranno decine di chili di capperi in quel sacco. Cominciamo a salire, ma la strada è davvero ripidissima. Una mulattiera quasi scavata tra le antiche colate del vulcano. Davanti a noi Filicudi e le altre sorelle, alle nostre spalle l'Etna. Più si sale più il paesaggio è incantevole. Ci sono piante di cappero ovunque ed erica, la pianta che da il nome all'isola, gechi e qualche innocua biscia. Salire non e' facile perchè i gradini sono irregolari e hanno il passo dei muli. Molte case sono abbandonate, è normale se la popolazione si è ridotta così drasticamente. Quasi in ogni casa, anche in quelle abbandonate, resiste la pergola. Alcune sono immense, forse centenarie, tronchi grandi come alberi. Superiamo la chiesa del Carmine  e continuiamo a salire, si sente il mare, pochi uccelli, i gabbiani, qualche mulo che raglia in lontananza e qualche gallo. Nient'altro. Qualcuno ha piantato dei fiori vicino le proprie case, poi magari le ha abbandonate, ma i fiori continuano a crescere, come le ginestre che imbalsamano l'aria con il loro profumo. Noi continuiamo a salire, e dopo un'ora e mezza raggiungiamo la chiesa di San Bartolo. Sentiamo delle voci in una casa sotto, chiediamo quanto tempo ci vuole per arrivare al pianoro, una signora tedesca che prendeva il sole senza niente addosso si copre con un asciugamano e ci risponde in inglese che ad un buon passo, mancava un'ora e mezza. Il bresciano era stato ottimista ! Abbiamo fame e torniamo giù. Ma prima decidiamo di potare la pergola che si trova davanti alla chiesa di San Bartolo, sembrava abbandonata, un piccolo favore fatto al prete della Chiesa e alla pianta stessa. Mentre scendiamo incontriamo due muli che salgono, carichi appunto come dei muli. Uno scorreggia sonoramente: sarà lo sforzo della salita. Gli auguriamo 100 anni di salute e continuiamo a scendere. Appena arrivati al porto la figlia di Anna ci prepara un panino l'uno di almeno mezzo chilo e ci dice che loro sono allenati a salire e lo fanno in metà tempo, per uno non allenato ci vogliono tre ore dal porto al Pianoro - anche il tempo ha un significato diverso ad Alicudi. Ci dice anche che a San Bartolo non c'è un prete, e neanche su l'isola, da quando è morto il vecchio prete non ne hanno mandato uno "nuovo" - Quando serve, viene il prete di Lipari.

   Ritorniamo a casa a goderci un po' di riposo sulla splendida terrazza. Guglielmo ha già messo i capperi ad asciugare, sono un colpo d'occhio e una delizia per l’olfatto.
Da questa terrazza ci si sente più a casa: è la presenza dell'Etna, lontana, ma visibile a schermare ogni paura.  Stapperemo una bottiglia di Millesulmare 2012 e brinderemo a lei: alla nostra bella Montagna e ai suoi 18 anni !